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giovedì 20 febbraio 2014

Disegnare (o scrivere) ciò che si conosce?

Per le strane coincidenze della vita negli ultimi giorni mi è capitato di incrociare opinioni su
questo tema - ma lo dico subito, non ho una risposta precisa e in verità non voglio neanche approfondire la questione: è oltre le mie capacità.
Rimanendo sul superficiale è molto facile e comprensibile che chi inizia a esprimersi nel campo artistico (in senso lato) inizi a parlare di quello che vede e conosce più da vicino - non da ultimo se stesso, l'argomento preferito di ogni adolescente o persona in giovane età.
L'esperienza, la conoscenza, lo studio di solito poi permettono di allargare gli orizzonti, di affrontare altri mondi. A volte però la mancanza di talento questi orizzonti li fa restringere, diventano fessure attraverso cui si vede poco, e quel poco sembra non avere molto senso - come un film di cui si siano salvati pochi fotogrammi sparsi.

L'altro ieri mi sono venuti a trovare per un attimo quei progetti di fumetti di cui parlo in Fumetti senza fine; non so perché ho pensato ad alcuni dei ragazzi-tipo che abitano nel mio quartiere, mi sono chiesta come avrei potuto farli parlare in un'ipotetica scena di gruppo.
Da quel poco che sento quando li incrocio intuisco poca scolarizzazione, poca cultura, un linguaggio povero. Che tipo di ragazzi siano un poco lo dico qui, nel post che ho dedicato a questo non-fumetto, ma è chiaro che la mia incapacità di immaginare di cosa possano parlare questi ragazzi (e non solo in strada, in pubblico, ma tra di loro, a casa, nei locali) deriva dal fatto che fanno parte di un mondo parallelo che non frequento e che non mi interessa frequentare.
Tante volte mi sono chiesta perché non sono diventata un'autrice seria di fumetti, perché non mi sono messa a raccontare "le mie cose"; alla fine mi sono risposta che era  per diverse ragioni, ma una abbastanza importante è che chi sta tutto il giorno a casa (o quasi) non può avere molto da raccontare (senza parlare del talento, quella cosa che potrebbe far diventare interessante anche le mie passeggiate col cane).

Insomma, tornando ai miei "incroci" fortuiti: sto leggendo velocemente (come non mi capitava da tempo) un libro di carta comprato diversi mesi fa, "Mappe e leggende" di Michael Chabon (di cui consiglio "Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay"); in questo libro si trovano brevi saggi su alcune letture di Chabon (libri e fumetti), riflessioni, divagazioni che hanno sempre come filo i libri, le letture, la vita personale.
In uno di questi scritti Chabon racconta i suoi esordi di scrittore, le difficoltà di scegliere di cosa parlare - anche se con la sensazione di urgenza di dover scrivere, e scrivere comunque; nel saggio "Le mie brutte copie" racconta come è nato il suo primo libro (aveva 22/23 anni):
[...] E allora forse avrei trovato un modo, magicamente, per dire davvero qualcosa sull’estate, sull'idea dell'estate in America, qualcosa che i grandi poeti americani della stagione estiva come Ray Bradbury e Bruce Springsteen avrebbero capito. Forse, o forse no. Ma almeno avrei praticato la virtù cardinale che i professori mi avevano inculcato con tanto zelo: avrei scritto di ciò che conoscevo. No, avrei fatto di meglio. Avrei scritto di ciò che avevo conosciuto, un tempo, e che da allora, nella mia triste e dilettevole condizione di caduto, avevo imparato a considerare illusorio.[...]
 
Raccontare solo ciò che si conosce a lungo andare può diventare limitante e noioso, credo, è chiaro che tanti narratori studiano e approfondiscono  ciò che può servire per i loro racconti - il resto è intuito, empatia, talento e abilità.
Anche Chiara Prezzavento (da scrittrice di narrativa storica) ha detto la sua su "scrivi ciò che conosci", ribaltando un po' "la prescrizione" (qui l'articolo completo):
[...] dubito che chiunque abbia formulato la prescrizione avesse in mente proprio di relegare ogni singolo scrittore ai campi che conosce già.
Per quanto si scriva “Scrivi Ciò Che Conosci”, niente mi leverà dalla testa che si debba leggere all’altra maniera: Conosci Ciò Che Scrivi.
Fa’ i compiti. Studia. Documentati. Capisci quel che c’è in ballo. Prendi ragionevolmente sul serio quello di cui scrivi e i lettori che lo leggeranno.
Almeno quanto basta ai fini della storia. Conosci – e poi scrivi.[...]
Chiara Prezzavento prendeva spunto dall'articolo di Davide Mana, questo: si parla di un racconto che gli è stato commissionato e che deve essere inserito in un'antologia tematica, con la copertina già presente; Mana potrebbe ambientare il racconto ovunque...

...in un laboratorio biologico, in un museo paleontologico, in una scuola di perfezionamento in ostetricia.
Ma sulla copertina ci sono ruderi ed archeologi, e quindi mi serve un gancio archeologico al quale appendere la mia storia.
Un nucleo di informazioni con le quali spolverare la storia per dare plausibilità alla mia storia.
In cui ci saranno i ruderi, ma non parlerà di ruderi – se non quelli relativi alle vite che molto spesso vengono distrutte in ambito universitario.
E qui qualcuno potrebbe urlare allo scandalo.
Sto barando, sto lavorando per far credere ai miei ignari lettori che io sappia di cosa parlo quando parlo di testi ugaritici o di bambole Kachina della cultura pueblo.
Che ne è dunque della fondamentale Regola, scrivi ciò che conosci?
Non sto dunque scrivendo ciò che conosco?
Beh, sì.
È per questo che ora vado a sedermi sul divano, col libro di Fagan.
Per conoscere il necessario di cui scrivere – per quanto ciò di cui io scriverò davvero sia qualcosa di diverso, e che conosco, avendo passato molti molti anni nel mondo universitario. [...]
A volte, lo confesso, la mia fissazione per le storie di fantascienza rappresentava una scappatoia rispetto al dover prendere sul serio la realtà, al dovermi documentare, aprire bene gli occhi, "studiare"; poi magari nelle mie storielle la realtà ci entrava lo stesso, in altre forme, ma non mi sentivo obbligata a immaginare come parlano gli alieni proletari di Altair IV o cosa provano i pendolari del tunnel spaziale dietro la Luna (faccio per dire...).
La realtà spesso mi sembra opprimente in modo sottile: quante volte ho cercato di disegnare a memoria qualcosa che avevo visto - persone, luoghi - e mi sono sentita frustata e in colpa perché forse non avevo rispettato nei particolari le cose che avevo visto? Anche il ragazzo che ho disegnato in Fumetti senza fine, ecco, io non l'ho mai visto: è una ricostruzione, un collage di certi ragazzi che mi sembra di ricordare vagamente (il giubbotto senza maniche era proprio così? e le scarpe?).

13 commenti:

  1. Ellamiseria che serietà. Quasi non ti riconosco più :)
    Ma gli spunti sono troppi e troppo interessanti. Mia moglie e mio figlio dormono e io ho dei minuti a disposizione prima di spaccarmi la testa volontariamente sullo spigolo di un comodino per forzarmi a dormire. E allora beccati 'sto commento.

    Questo cosa dello scrivere di quello che si conosce fa ormai scuola da parecchio tempo. La cosa è giusta fino ad una certa misura, immagino. E' giusta all'inizio, per creare uno stile e riuscire ad esprimersi meglio con i "soli" mezzi che si hanno a disposizione da subito. Un po' come cominciare a scarabocchiare fumetti da piccoli con la penna bic e su un quaderno a quadretti. Puoi decidere di scrivere solo di quello che conosci per tutta la vita, per carità, ma probabilmente scriverai saggi e storie tutte uguali (e di scrittori che lo fanno, sono piene le fosse). La tua voglia di scrivere davvero "storie" non sarà mai così forte rispetto al "fuoco" che proverai per la scrittura in sé. Starà a te, immagino, passare dai fogli a quadretti e penna bic a pennelli, china, pennini e fogli fabriano. Tu l'hai fatto e adesso sei una disegnatrice di fumetti. Io, per quanti tentativi abbia fatto, alla fine ho lasciato e oggi continuo a disegnare con la bic su fogli A4. Faccio un altro mestiere e racconto storie in un altro modo, forse.

    La visione di Chiara Prezzavento è altrettanto valida: "conosci ciò che scrivi". Non fa una grinza. E infatti tantissimi costruiscono storie intorno ad una forte documentazione. Ma è semplicemente un altro modo di scrivere. Salgari si era isolato sulle colline torinesi e scendeva in città solo per andare in biblioteca o per andare a trovare qualche amico. Eppure ha scritto storie ambientate per mezzo mondo.

    Ma ecco una bella citazione che mi casca a fagiuolo, una delle mie preferite in assoluto, una di quelle che tutti conoscono (così evito di fare la figura dell'intellettuale, che dio me ne scampi):

    "Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?"

    Joseph Conrad, si. E come faccio io a dargli torto? Questo tizio guardava fuori dalla finestra e poi scriveva storie. Il caso è diverso, visto che lui però poteva attingere ad un vissuto straordinario e alle sue esperienze di vita in giro per i mari. Ma in ogni caso, anche il suo capolavoro, Cuore di Tenebra, non è che parlasse solo di fiumi, foreste e "materiali preziosi". Tutt'altro.

    Tutto si risolve, presumo, con quanta voglia si ha davvero di raccontare una storia. E lo possono fare tutti, se c'è quella voglia. Il problema poi riguarda il tempo e le capacità (io li chiamo "i compiti a casa"). I "risultati" e il "riscontro esterno" sono già elementi che in prima fase non dovrebbero interessare. Personalmente non ho mai avuto velleità da scrittore, ma ho scritto comunque tanto. E ultimamente ho provato a scrivere delle storie diverse (tu sai!), ma ti dirò una cosa: non sono MAI stato preso dal "sacro fuoco" della scrittura. A volte ho sentito la fase di scrittura quasi come un orpello. Quasi mi sarebbe piaciuto possedere un macchinario che leggesse le storie che avevo in testa e le mettesse su carta al posto mio. Insomma, ognuno la vede a modo suo, ma il risultato non cambia. Tu SEI capace di "inventare" storie come è capace chiunque. Poi c'è la fase tecnica, d'accordo, il "saperle" scrivere. Ma anche lì ci sono regole che puoi mettere giù personalmente. Il resto arriva dopo e non ti riguarda. Comincerai a scrivere comunque, se hai davvero voglia di scrivere di qualcosa...

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  2. Dici di essere fissata con le storie di fantascienza perché sono una "scappatoia". Qui non sono d'accordo. La fantascienza è un genere e in quanto tale un contenitore e in quanto contenitore va comunque riempito. E non solo. La fantascienza, a mio modesto avviso, è il genere che più di tutti gli altri permette di esprimerti con la maggior "purezza" possibile, senza sottometterti a vincoli di sorta.
    Se dico (tanto per dire una cagata) che: "c'era una volta un mondo dove non era concesso avere un figlio, se non su commissione dallo Stato Sovrano", non ho semplicemente inventato una cazzata per evitare di "costruire" una società credibile, ma ti ho piuttosto descritto un mondo già triste e sull'orlo di implodere utilizzando solo un pugno di parole. Non a caso giganti come Philip Dick "usavano" la fantascienza a proprio uso e consumo per raccontare quello che volevano.

    Tutto questo per dire che nessuno ha le risposte a certe domande. Tanto meno io, naturalmente. Questa voleva essere solo una riflessione ad "alta" voce. E a guardare quanto ho scritto, credo risulterà per lo meno il commento più lungo della storia. Mi piacerebbe conoscere anche un linguaggio che mi permettesse di esprimere tutti i concetti che ho in testa in due parole, ecco. Ma qui torneremmo alla fantascienza. Un cane che si morde la coda, insomma :)

    (Quante cazzate che ho scritto stasera. Quando sono tranquillo scrivo cazzate, si, vai a capire. Pensa che ho dovuto dividere in due il commento perché ho scoperto solo ora che i commenti su blogger non possono superare le 4.000 battute).

    Buona notte, và.

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  3. @Luigi: spero che sei riuscito a prendere sonno! e no, non mi lamento della lunghezza del commento (diviso in 2) :) , anzi grazie per i tanti spunti.
    Voglio precisare però che la fantascienza "come scappatoia" è solo una sensazione personale di me come "autrice" - considero la fantascienza sì un genere (di comodo) ma soprattutto letteratura allo stesso livello di qualsiasi altra letteratura, conta lo scrittore e come scrive, punto. O l'autore di fumetti. Ed evidentemente mi riferivo al contorno della fantascienza, alle ambientazioni, ai costumi, a tutto quello che per un disegnatore può essere inventato di sana pianta senza documentazione: per chi è mentalmente pigro può sembrare una piccola "scappatoia" per fare qualcosa più velocemente, ma tutto il resto della fatica rimane: la necessità di raccontare qualcosa che sia interessante, e di raccontarlo bene.

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  4. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  5. Io, che scrivo (e mi disegno) storie da quando avevo dieci anni non ho mai avuto voglia di "parlare di quello che conoscevo". Sarebbe stata una noia mortale! A me piace scrivere per raccontare storie che, senza di me, non ci sarebbero. Quando mi chiamano "maestro" o "artista" mi schermisco sempre, perché io mi considero un modesto "cantastorie", Una volta mi sono trovato, con amici, in casa di una famiglia con un ragazzino di dieci-undici anni. Indossavo un berretto maoista, verde con la stella rossa, e il ragazzino mi ha chiesto dove l'avevo preso. Gli ho imbastito lì per lì una storia di me "combattente per gli ideali" con le truppe di Mao in Cina, arrivando a episodi truculenti come il mangiare cadaveri dei compagni morti per sopravvivere. Il ragazzino mi ascoltava a bocca aperta. Non l'ho mica fatto per sembrare un tipo vissuto e affascinante. L'ho fatto solo per regalargli un po' di meraviglia, quella che a me avevano regalato tanti fumetti (e qualche libro) nell'infanzia. Ed è quello che cerco di fare ogni volta che scrivo una storia avventurosa. Poi, può darsi che tra qualche anno - una tantum - mi decida anche a raccontare alcuni episodi della mia infanzia e gioventù in una storia autobiografica, ma se dovessi fare solo quello... avrei già smesso da quarant'anni di scrivere!

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  6. @ Patrizia:
    Ho capito il tuo punto di vista. Gli spunti sarebbero tantissimi.

    Poi ho preso sonno, si, ma stamattina magari lavoro :) Su quanto sia bello lavorare con l'immaginazione, non posso non concludere però con una semplice striscia di Liniers: https://pbs.twimg.com/media/BTUeVLXCMAIIyUA.jpg

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  7. Si scrive ( e si disegna ) solo di quanto si conosce al massimo grado. Il Vasari che ha dipinto battaglie a cui non aveva mai partecipato. Salgari che era stato su un pedalò e descriveva i pirati della Malesia. Dick che si era perso nel bagno di casa sua e poi sognava dimensioni parallele. Sembra una contraddizione, ma questi signori erano stati " davvero " , come direbbe Paola Barbato, sul luogo dell'azione e nel modo migliore: rollati nella polvere magica e poi in volo verso la seconda stella a dx e poi diritto fino al mattino. Esistono anche derive - che non consiglio - come quella di Turner che si faceva legare all'albero di una nave durante una tempesta x poterla ritrarre efficacemente, ma sono pochi gli epigoni ( Gallieno Ferri che si lancia dalle cascate per essere realistico quando lo fa fare al suo Zagor o la Banda dei Sardi che ha per anni imitato il taglio di Nat Never perdendo progressivamente lo scalpo in una overdose di lacca ) .

    Io divido il pianerottolo con un teen ager che sembra una creatura di Neil Gaiman disegnata da Casini in fretta e furia su di un tovagliolino al ristorante mentre pensa ad altro, ad un graphic novel dei suoi. Esce di casa in pantofole e spolverino nero sopra la vestaglia per raggiungere il tabaccaio. Sembra una scultura di Ceronetti alla sagra dei cosplayer di Sandman. Sogghigna quando ti incrocia e tiene sempre gli occhi puntati verso sud. Le sigarette sono la cosa + innocua che assume. Ha avuto un problema con la caldaia e mi ha chiesto una mano: sono entrato in quella che sembrava la scena del crimine di uno dei delitti di John Doe in Seven. Aveva una vocina spaventata ed il papà che è in me - ho un cucciolo di cinque anni quindi circa dodici meno di Emo - si è accartocciato in un modo che non credevo possibile se non nello spot con cui la RAI invita a pagare il canone. Potrei scrivere senza problemi di Emo. Potrei immergerlo in uno scenario cyberpunk. Tuffarlo nel wetware, farlo dipendere da sintodroghe. Farne un virus alieno disperso sul ns pianeta ed inoculato in un corpo cyborg da mad doctors militari. Tutto e di più, come dice la RAI, ma la sua voce sarebbe quella giusta, sarebbe la sua.

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  8. @CREPASCOLO: hai ragione, si scrive e disegna di ciò che "si conosce al massimo grado", l'immaginazione è nostra e non ci viene infusa da dei o altre entità. Io più prosaicamente a volte ho voglia di leggere libri o fumetti un po' più realistici di quelli di Salgari, storie dove mi si raccontano le vite di avvocati, di manager, di scultori, di biologi, di operai specializzati, ecc., e mi piacerebbe anche che i narratori ne sapessero qualcosa, di queste persone, di come si muovono nella realtà e di come pensano, di cosa parlano e come parlano con i colleghi. Diciamo che in questi casi un minimo di conoscenza e documentazione sarebbe utile.
    Apprezzo di pari grado le narrazioni fantastiche e immaginifiche come quelle realistiche; hanno forse esigenze diverse e si costruiscono in maniera diversa. Poi possono intersecarsi e fecondarsi a vicenda, nel vasto mare delle creazioni letterarie e fumettistiche le gradazioni sono innumerevoli.
    Un vicino come il tuo m'inquieterebbe assai; il mio che sembra (sembra) più "normale" a volte mi preoccupa per certe sue caratteristiche e abitudini - sarà che non riesco a "fumettarlo" in maniera catartica, non so...

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  9. Emo tutto sommato è solo un cucciolo di bastardino che qualcuno ha abbandonato in autostrada. La solita storia: la giardinetta rallenta e si ferma in aperta campagna all'alba. Il padrone sorride e fa scendere il suo quadrupede perchè si sgranchisca le zampette. Poi rientra nel veicolo e parte in velocità come i primi mangiarini di un happy hour.
    Molto + inquietante è la signora che vive al lato opposto del corridoio. Una vedova con il muso del primo Popeye ( del primissimo, quello magro e sgraziato che Castor Oyl incontra al porto in quel lontano 1929 ) ed un ciuffo di un colore pop vulcanizzato come in certe tavole di Toffanetti. Lionel Stander al Carnevale di Rio travestito da Mapilia dei Legnanesi e pettinato come Elvis in una tavola di Brendan McCarthy. Lionella è la vedova di un capitan Fishleg che le ha lasciato giusto la carcassa del Kraken. La donzella non crede nei congelatori e nelle cappe aspitanti. Nel fine settimana cucina porzioni di tentacoli x i parenti della ciurma che fu. Una esperienza sensoriale che ha qualcosa di mistico. Se stai pensando di proporre in via Buonarroti una storia da infilare tra Le Storie quando avrai terminato il tuo ex Natneverone, ti regalo lo spunto per un graphic novel dall'atmo malsana come nemmeno ul primo Dyd special ( Il club dell'orrore di Sclavi/Roi ).
    Pat " Mandala " Nixon è una crono correttrice che la Commissione per la Pezza Universale ha incaricato di tornare nella Washington del 1971 perchè impedisca a Trickie Dickie di infilare i microfoni nella sede dei Democratici. PatNix assomiglia alla first lady, ma è una ninja cyborg con dna anche alieno addestrata ( quindi uno zinzino meno pericolosa della lady Macbeth della politica USA ). A causa della solita imprevedibile anomalìa nel flusso spaziotemporale, Mandala ( il suo lavoro è praticamente scritto sulla sabbia, of course ) atterra nel 2014 in un condominio in cui Lionella sta sacrificando Emo ad una divinità lovecraftica. Credendo di essere nei sotterranei della Casa Bianca - i files dicono che lì Hoover ed altri necromanti evocavano demoni - la ns eroina spara una pallottola fantasma senziente che lega Lionella ed il suo polipetto e li trasla a Pompei nel suo giorno + caldo. Quando torna a casa, scopre che Emo si è evoluto in una nuvola di computer liquidi che piove sulla Terra quando occorre decidere quale direzione prenderà la storia dei relativamente pochi homini sapiens ( raggiunta la quota di dieci miliardi, la maggior parte dei maschi diventerà sterile obbedendo ad un ordine biologico del pianeta in cui è ormai difficile parcheggiare una monovolume anche in quarta fila, ovunque ).
    Emo teme che Mandala gli rubi la scena e quindi decide di rottamarla, ma la sua antagonista si fa una plastica totale per mimetizzarsi e guida una rivolta antimeteo con il nome di Pat Mandanix. Trampolino ideale per una seconda puntata, quando e se.

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  10. @CREPASCOLO: sto cercando di immaginare con che tipo di segno potrei illustrare una storia così surreale...qualcosa tipo questo, forse: http://segnifumettistacuriosa.blogspot.it/2011/09/banditi.html

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  11. O la tastiera sta impazzendo (sono già partiti salvataggi in altri programmi, a caso), oppure ho un problema col computer; o col browser.

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  12. Direi Basil Wolverton + Francesca Ghermandi. Brava. Io però opterei per il tuo segno natneverico. Miguel Angel Martin racconta di mutanti bimbi con cervello a vista attraverso un segno di sintesi che ha qualcosa del cartoon minimale per cuccioli in età prescolare ( non è tanto distante da I Fantagenitori ed abita in provincia di Adventure Time , to name a few ). Il segno è sostanza oltre che forma, ma non è detto che la cosa + prevedibile sia la risposta migliore. Immagina il Born Again di Miller disegnato da Jacovitti. Topolino sosia di Re Sorcio con le matite e le chine di Bissette/Totleben. Maus rifatto dai Pander Bros.
    Se proprio proprio vuoi cimentarti con un tratto caricaturale, mi permetto di suggerirti uno spunto: nel solito futuro prossimo venturo, il solito mad doctor provoca accidentalmente l'evoluzione ad essere senziente di un bosollone, ovvero una particella talmente fantasma che se si sorprende allo specchio si spaventa. Il bosollone consapevole ex timido decide di essere Dio e trasforma la realtà prima perchè sia + grafica, semplice e stilosa , senza chiaroscuro, spugnature, ambiguità. Ciao ciao Dino Battaglia. Ciao ciao Corrado Roi. Crea il suo arcangelo Miguel perchè diffonda la lieta novella nella sua realtà spigolosetta ed in b/n. La prima svolta narrativa ( era ora ! dirà qualcuno ) : Bosollon I non è Dio e si è dimenticato un angolino di realtà in cui sono rimaste otto copie ed un numero zero di un fumetto tascabile della Star Comics : un messaggio da oltre le stelle e la cui forma è arte sequenziale ( la prima forma di comunicazione secondo Alan Moore che pensa ai graffiti preistorici con la " storia " di una caccia al bisonte ndr ). Basil "Brianchild " Wolf è un bimbo geniale che da solo scrive e disegna altri due albi nello stile degli altri nove per arrivare al surreale di un Ossian Eleven, una trovata bislacca che crei una fessura spaziotemporale e ristabilisca la complessità. One shot. A colori ed in b/n. Direi ad occhio e croce nel formato di Rat-Man.

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  13. Ossian Eleven m'ha fatto morire...Comunque la tua vulcanica immaginazione (nonché la tua enorme competenza in materia fumettistica) sono troppo per me, specie in questo periodo in cui il mio cervello è quasi in stato letargico. È stato bello sognare a occhi aperti, grazie. Ossian Eleven...eh eh... [per chi non conoscesse i miei trascorsi qualcosa su Ossian l'ho raccontato qui: http://patriziamandanici.blogspot.it/2010/01/studi-matita-per-ossian.html]

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