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giovedì 29 agosto 2013

Intervista allo sceneggiatore e scrittore Alberto Ostini

Alberto Ostini e l'attore Adalberto Maria Merli sul set de "I segreti di Bosco Larici"
Conosco Alberto Ostini da molti anni ormai, ci siamo incontrati nella redazione bonelliana di Legs Weaver nel periodo in cui entrambi lavoravamo alla testata; non molto tempo dopo abbiamo collaborato (lui insieme a Stefano Piani) al mio primo Legs, il n. 11 (era il 1996); ed è sempre con una storia di Alberto che ho esordito su Nathan Never nel 2002.
Già dalla piacevole lettura delle sue sceneggiature avevo immaginato che prima o poi Alberto avrebbe finito col scrivere un libro (del suo "Nika" ho già parlato qui); non so se ne seguiranno altri prima o poi (per adesso no a quanto pare), ma io spero di sì.

D: Ciao Alberto, prima di parlare del tuo libro volevo presentarti meglio ai lettori del mio blog.
Possiamo partire da che tipo di studi hai fatto, e poi cosa hai iniziato a fare nel mondo del lavoro.

R:  Ho fatto il liceo scientifico (capendo poco o nulla di derivate e leggi della fisica…), poi mi sono laureato in filosofia con un indirizzo in scienze delle comunicazioni e una tesi in “storia del cinema” sui film di Nanni Moretti.
Poi sono stato un anno in Irlanda a insegnare italiano. Da quando sono poi tornato ho cominciato a scrivere a tempo pieno, anche se continuo a insegnare un po’. Adesso tengo un corso di “teoria della sceneggiatura” ad un Master dell’università cattolica di Milano.

D: Quando hai esordito come sceneggiatore di fumetti, e come ci sei arrivato?
Una fotocopia della matita di una tavola di "Vita artificiale"  

R: Io e Stefano Piani, amico e collega di una vita, abbiamo cominciato assieme come vignettisti satirici intorno al 1990. Lui, ottimo disegnatore, faceva sia testi che disegni. Io, “disegnatore” improponibile, al di sotto degli standard della prima elementare, solo i testi. Con lo pseudonimo di “Tike” abbiamo collaborato a diverse testate, fra cui anche “Cuore”, per chi se lo ricorda… In quel periodo abbiamo conosciuto il vulcanico Serra, allora in cerca di nuovi, giovani (sic!) talenti. Così abbiamo fatto una prova per Nathan Never. Da lì è scaturita la nostra prima storia, Bauhaus Killer. Dopo quella ne sono venute molte altre sia assieme che separatamente…

D: Che fumetti leggevi prima di arrivare a scriverli per lavoro? E adesso?

R: Strano a dirsi ma io ho letto solo Topolino, poi Geppo, Provolino e Tiramolla. Un po’ i Peanuts. Ma non ho mai letto un fumetto “adulto” prima di cominciare a farli… Né Bonelli, né Marvel. Nemmeno Dylan Dog che tanto andava di moda. Ma non per una questione di snobismo. Semplicemente in casa mia non si leggevano. E, per quanto sembri strano, nella mia classe di liceo nemmeno. Quindi… non sapevo che esistevano. Grazie a Stefano ho scoperto Pazienza… e tutto il resto!
Oggi ho recuperato molta storia bonelliana, ma faccio molta fatica a leggere i fumetti dei supereroi. Sono più un tipo da graphic novel. I primi nomi che mi vengono in mente sono Taniguchi, David B., Terry Moore, Igort. Oltre ovviamente ad autori come Pratt, Frank Miller o Alan Moore. Poi grazie a te ho scoperto Kaoru Mori. Fantastica! Ma in ogni caso la mia formazione è più letteraria e cinematografica che non “fumettosa”…

D: Qual è la tua storia bonelliana a cui sei più affezionato?, o quella che ti sembra più riuscita?

R: Una sola è difficile! Su Nathan direi una delle prime da solo dal titolo Midnight Blues. Poi, non per piaggeria, Il volto del lupo, anche perché ha visto la nascita del personaggio di Asjia Heke, cui sono molto legato, e l’ultima uscita, Haiku. Ricordo con piacere anche un numero di Napoleone scritto con quel geniaccio di Paolo Bacilieri: L’ombra della sera. In generale amo le storie in cui la trama è al servizio dei personaggi e non viceversa!
Tavola da "Vita artificiale" ©SBE

D: Io e te abbiamo lavorato insieme su dei Legs e poi su Nathan (io ho esordito su Nathan proprio con una tua bella storia), e per vari motivi sono molto affezionata al Legs n. 51, “Gli amori difficili” (qui una tavola); hai ricordi particolari su questa storia? Un aneddoto? Oppure puoi raccontare come è nata l'idea, le difficoltà avute, ecc.

R: La difficoltà è stata quella di scrivere, forse per la prima volta in Bonelli, una storia esclusivamente sentimentale, in cui l’avventura non c’era nemmeno come pretesto. Dobbiamo ringraziare Antonio Serra che ci ha creduto. Racconto volentieri un aneddoto su questa storia: Sergio Bonelli mi ha fermato in corridoio e mi ha detto, con quel suo fare tipico tra il burbero e l’affettuoso, che lui preferiva le storie in cui c’era un giaguaro che saltava fuori all’improvviso e aggrediva l’eroe. Ma che la storia gli era piaciuta. Penso sia il miglior complimento che potessi ricevere! Oggi ho il rammarico di aver conosciuto e parlato troppo poco con Bonelli…

D: Parlaci un po' della tua passione per la fotografia; sul tuo sito si possono vedere alcuni dei tuoi scatti. Che macchina usi? Quali sono i tuoi fotografi preferiti?

R: Questo è veramente un hobby che ho ripreso dopo molti anni. Forse se l’avessi intrapreso da giovane avrei avuto una carriera e una professione diversa, chissà! Quello che adoro della fotografia è che ti permette di viaggiare e avere un contatto diretto con altre persone, spesso di culture radicalmente differenti. Cosa che la scrittura ti consente solo in parte. Ripensandoci…  avrei decisamente voluto fare il fotografo nella vita! La mia formazione fotografica è totalmente autodidatta. E quindi anche il compendio dei miei fotografi preferiti è del tutto “estemporaneo”, non “critico”. Il tipo di approccio che preferisco è quello che definirei “antropologico” o “umanista” che ritrovo appieno negli scatti di Eugene Smith. Mi piacciono molto i ritrattisti. Elliott Erwitt è certamente imprescindibile così come Annie Leibowitz. Poi, citando un po’ in ordine sparso:, Gianni Berengo Gardin che ho avuto l’onore di intervistare, Robert Frank, Koudelka, il “surrealismo sociologico” di Martin Parr, Diane Arbus, Nan Golding e Francesca Woodman. Per venire ai giorni nostri trovo bravissimi Francesco Zizola e, naturalmente, Paolo Pellegrin che è una spanna sopra gli altri. Ma sono talmente tanti! Io uso una Canon 5D… usandola, nella mia carenza tecnica, ben al di sotto delle sue possibilità!
Kebi e Asjia, protagonisti de "Il volto del lupo" - Nathan Never n. 152  - 2004

D:  Puoi descrivere la foto fatta in Iran che si vede qui nel mio blog? Altre ce ne sono sul tuo sito, che invito a guardare.
   Quando sei andato in Iran e in quali circostanze? Ho letto negli anni diversi reportage sul National Geographic e quello che mi ha colpito è il contrasto tra una religione così totalitaria (e violenta, non dimentichiamo che ogni anno vengono impiccate decine di persone tra cui non solo “criminali”, ma anche omosessuali) e un popolo dalla storia così antica e interessante, dal carattere aperto e amichevole, con una gioventù che aspira ad aprirsi al mondo.

R: La foto è scattata a Yazd, in cima a una delle due "torri del silenzio", delle costruzioni circolari un tempo luoghi sacri della religione zoroastriana di cui Yazd è stata il principale epicentro. Nelle torri del silenzio venivano depositati i morti fino ad essere completamente spolpati dagli avvoltoi. Le ossa venivano poi raccolte da un "sacerdote" esplicitamente incaricato che era anche l'unico autorizzato ad entrarvi.
Questa foto mi piace perchè trovo bello che due giovani si "corteggino" in un luogo che ha questa storia e il fatto che i loro due profili si staglino sopra il deserto è oltremodo simbolico. Parlare dell'iran in due righe è impossibile tanta è complessa la storia di questo paese che è quello di Ciro e Serse, della rivoluzione "socialista" di Mossadeq, del colpo di stato angloamericano (tanto per cambiare...), dello Scià e infine della rivoluzione khomeinista. Bisogna proprio leggere Persepolis... e poi rileggerlo dopo esserci andati!
Quello che posso dire in due righe è che un popolo di una ospitalità e generosità commovente. La contraddizione tra la rigidità delle regole imposte dal regime e la vitalità, l'allegria e direi quasi la "serenità" della popolazione non potrebbe essere più grande. Quello che più ti colpisce è la sofferenza per l'etichetta di "terroristi" o "fanatici integralisti" che i media occidentali affibbiano agli iraniani (che del regime sono le prime vittime...) e la gratitudine verso chi è disposto a visitare il loro paese (che è, tra l'altro, bellissimo!) ed è pronto dialogare con loro senza pregiudizi. Il "mal d'Africa" non so, ma il "mal d'Iran" esiste di sicuro!

D: Come sei arrivato a scrivere per la televisione? Che qualità ci vogliono per diventare sceneggiatore televisivo?

Yadz (Iran) - foto di ©Alberto Ostini
R: Anche qui è stato grazie a Stefano Piani che era passato alla tv molto prima di me e che era diventato editor della versione italiana del “Commissario Rex”  e cercava collaboratori. Ovviamente è stato un enorme piacere tornare a lavorare con lui dopo tanti anni e dopo i trascorsi satirici e bonelliani! Dal cane più intelligente del mondo siamo poi passati a una collection di tv movie dal titolo “6 passi nel giallo” per approdare alla prima serie interamente nostra fin dal concept, dal titolo “I segreti di Borgo Larici”, le cui riprese terminano proprio in questi giorni. Andrà in onda a inizio 2014 su Canale 5. E devo dire, da quello che ho visto, che la “creatura”, promette bene! Per fare lo sceneggiatore tv occorrono… molta flessibilità e pazienza. In una produzione televisiva ci sono in ballo molti soldi e quindi sono molte le persone coinvolte che hanno il diritto di dire la loro: il produttore, gli editor, i responsabili della rete su cui andrà in onda, il regista…. Non tutti hanno la stessa identica visione del progetto, anzi! Un bravo sceneggiatore deve essere in grado di mediare tra le diverse richieste, recepire le indicazioni intelligenti e costruttive e, possibilmente, essere capace di convincere i suoi interlocutori ad abbandonare quelle improduttive. Poi, naturalmente, bisogna essere veloci, molto veloci. Ricordo un articolo di Aldo Grasso in cui biasimava la scarsa qualità delle sceneggiature di “6 passi nel giallo”. Forse Aldo Grasso non sa (o finge di non sapere…) che in tv si scrive tutto di corsa. Io e Stefano abbiamo scritto più di un film in meno di quindici giorni. Modestia a parte, per il tempo a disposizione, sono dei capolavori! :)

D: Naturalmente devi raccontare qualche aneddoto su queste produzioni televisive – quelli che puoi raccontare!

R: I più gustosi non si possono raccontare…. Forse tra qualche anno… Diciamo, a proposito di flessibilità, che abbiamo scritto un film che doveva essere ambientato in Irlanda, poi, per questione di accesso ai finanziamenti locali, ci hanno detto si spostarlo in Alaska, quindi, sempre per motivi economici, a Malta. Alla fine poi non si è fatto… Da anni stiamo lavorando a un progetto di serie che ha vagato, come ambientazione, dal Friuli alla Louisiana! E adesso forse ha trovato una casa (definitiva?) in Trentino…

D: La scrittura: immagino che hai sempre avuto questa passione, e che magari per te stesso hai sempre scritto – o no?

R: Sono sempre stato un bambino solitario, con una grande fantasia e molta voglia di raccontare storie. Per questo motivo non trovo contraddittorio fare fumetti, tv, fotografare o scrivere un romanzo. Sono tutti mezzi espressivi, seppur diversi, che consentono di colmare uno stesso bisogno: raccontare una storia…


D: Quali sono gli scrittori che ti piacciono di più?

R: Questa è più difficile di quella sui fotografi!! Li butto lì davvero in ordine sparso: Dostoevskij, Calvino, Jo Nesbo, Don Winslow, Izzo, Murakami, De Lillo, McEwan

D: Arriviamo a Nika: come è nata l'idea di questo libro, e quando? Quanto ci hai messo a scriverlo?

R: Difficile dire come nasce una storia. Di Nika avevo in testa solo la prima immagine (un uomo che osserva una macchia di muffa sul soffitto) e l’idea generale di cui, però, non posso parlare perché rappresenta il colpo di scena della storia. Non riuscivo però a trovare uno stile adatto a questa storia. Poi, per caso, ho scoperto uno scrittore che si chiama David Almond e sono rimasto folgorato: allora esisteva uno stile per scrivere quello che avevo in mente! Mi sono incamminato su quella strada stilistica e… è saltato fuori Nika. Quasi da solo, direi, così come le storie più riuscite di Nathan.
Io, come altri, in realtà penso che gli scrittori non abbiano grandi meriti se non quello di saper ascoltare. Le storie esistono già tutte, lì, da qualche parte, nell’“iperuranio”! Aspettano solo qualcuno che abbia la pazienza e la voglia di tra-scriverle. Non sono dei veri “creativi”, io penso. Ma solo dei bravi “amanuensi” con un pizzico di intelligenza…e di tempo a disposizione. Per scrivere Nika io ci ho messo circa sette mesi.

D: Come sei arrivato a pubblicare per Mauri Spagnol? E cos'è esattamente IoScrittore?

R: Io scrittore è un torneo letterario cui può partecipare qualunque esordiente, con uno pseudonimo. Il proprio romanzo viene letto e valutato, in due diversi step, da altri partecipanti al torneo stesso. È quindi la comunità di scrittori/lettori che determina chi sono i trenta finalisti ritenuti degni di venire pubblicati nella collana omonima “Io scrittore” che è appunto di proprietà di Mauri Spagnol, organizzatore del torneo.  L’anno in cui ho partecipato con “Nika” gli iscritti erano 1.100… Una selezione piuttosto impegnativa, in effetti!

D: Il tuo libro non è stato pubblicato da un editore tradizionale, ma non è neanche totalmente ascrivibile alla categoria del “self-publishing”, dato che sei dovuto passare attraverso una non facile selezione; tuttavia quelli che hanno “giudicato” il tuo libro non è sicuro avessero competenze professionali specifiche per farlo (forse alcuni sì, su un numero così elevato di lettori, ma non ne sappiamo molto). Io ti conosco e so che come minimo sai scrivere in ottimo italiano, hai anche insegnato, di lavoro fai lo sceneggiatore, esperienza ne hai dunque, ma da lettrice che si imbatte in testi autopubblicati cosa ne so della competenza non dico letteraria, ma proprio lessicale degli scrittori?
Insomma, c’è la questione che si salta tutta la fase dell’editing, ma anche del giudizio da parte di esterni competenti (fare leggere i propri lavori a una decina di amici può essere utile, ma non so quanto valore possa avere - a meno che si abbiano amici che lavorano più o meno nel campo, come è capitato a te).
Un post come questo mette in rilievo come anche le case editrici tradizionali non siano una grande garanzia, e le si può criticare per la scarsa cura editoriale su certi libri (credo che l’emergenza economica abbia la sua influenza, con tagli al personale e altro), tuttavia non si può sottovalutare che è difficile trovare i buoni scrittori, che certamente esistono, in mezzo a una marea di titoli di scarsa se non scarsissima qualità.

R:  Il tema è assai spinoso! Con "Nika" per esempio ho partecipato due volte allo stesso concorso. Il primo anno non ho superato nemmeno la prima selezione causa tre voti bassissimi (tipo 1 o 2) da parte di persone che o valutavano i testi in maniera troppo "soggettiva" o - penso io - volevano sabotare possibili concorrenti.
Nè, come dici giustamente tu, la case editrici tradizionali sono garanzia di un'adeguata capacità di selezione. Il romanzo come "prodotto" (e quindi oggetto di marketing) mi pare abbia più considerazione del romanzo in quanto "opera letteraria". Dunque, provocatoriamente ti chiedo: ha davvero importanza che sia ben scritto? O è più importante che si presti a una proficua operazione commerciale, (tipo 50 sfumature di grigio)?
È triste ma è così. Io penso che di fronte alla "sordità" delle case editrici tradizionali, ben venga il self publishing. In fondo non è diverso da chi si autoproduce, grazie al digitale, un proprio cortometraggio. Non c'è nessuna garanzia di qualità, vero. Ma onestamente non credo che questa garanzia venga dal fatto di avere un editore tradizionale!
Rimane il problema della possibilità di diffusione in un paese fatto da molti scrittori e pochissimi lettori in cui "l'analfabetismo letterario" non solo non considerato un problema ma direi persino favorito o incoraggiato dalla corrente di pensiero dominante.

D: Nika sarebbe perfetto come libro per pre-adolescenti (anche se è piacevole da leggere a tutte le età), e io lo immagino anche corredato di belle illustrazioni: in caso possa essere ripubblicato in altra forma quale disegnatore ti piacerebbe vedere all'opera sul tuo libro?

R: Io ovviamente spero davvero che Nika abbia anche una vita cartacea oltre a quella digitale. E, visto che ti pare una bella idea illustrarlo… penso che dovresti farlo tu! [mi piacerebbe, ma temo potrei farlo solo nella mia seconda vita!] Certo, se poi per caso Dave McKean lo legge e si innamora della storia e si offre di farlo, troveremo un  compromesso… :)

D: L'ambientazione di Nika: come mai l'Inghilterra? Non si nomina mai il periodo, ma da vari riferimenti si capisce che si è intorno agli anni '50 – scelta azzeccata, a mio parere, sia per una certa aria di classicità che si respira nel libro, sia per quel certo non so che di “ingenuo” nei modi dei personaggi che rende più plausibile questa storia un po' fuori dal tempo.

R: Mi piace molto il fatto che usi la parola “ingenuità”. Gli attribuisco una connotazione positiva in contrapposizione a “cinismo”, ed è legata alla scelta degli anni 50. Io non ero nato, ma attribuisco a quell’epoca una certa “purezza”, nonostante la guerra appena terminata. Avevo bisogno di un “sentimento”, un’atmosfera e quegli anni mi restituiscono l’idea che si fosse ancora disponibili a lasciarsi sorprendere, che ci fosse ancora qualcosa di nuovo da scoprire, proprio come fa David con Nika. Ad esempio, la corsa allo spazio comincia proprio nella seconda metà degli anni cinquanta, quando è ambientato il romanzo. Io volevo insomma che David conoscesse molto poco del mondo e della vita e che scoprisse certe cose nel corso della storia. Impossibile ambientarlo oggi, dove sembra ci sia così poco da scoprire e gli adolescenti sanno già tutto! E poi non volevo che ci fossero i cellulari…
La scelta della Gran Bretagna dipende dal fatto che da quelle parti esiste un tipo di vegetazione, di bosco che era quello che nella mia testa corrisponde a quello che David esplora. Poi, se il romanzo fosse stato ambientato sulle Alpi, piuttosto che sugli Appennini, avrebbe automaticamente assunto una connotazione “realistica” in controtendenza con il tono “fantastico” della storia, al cui interno convivono, decine di elementi storici, reali (l’auto Morris Oxford, il fumetto di Dan Dare, il film L’amore è una cosa meravigliosa…) e altri completamente inventati, così da tenere tutto in equilibrio tra realtà e fantasia. Che era il mio intento principale…

Grazie molte ad Alberto, grande amico, persona sensibile e di rara gentilezza.

Nika lo trovate qui in epub, oppure qui in formato mobi (e dove se volete potete scaricare un'anteprima per vedere se può interessarvi la lettura).
                                                                       

martedì 27 agosto 2013

Varie -50

Concorso nazionale per fumettisti in memoria di Andrea Pazienza
Consigli di lettura varia e notizie per disegnatori:

Poi cose varie:

martedì 20 agosto 2013

Varie -49

Agosto di lavoro sul gigante, ma anche di "letture" veloci sul web durante le pause:

venerdì 16 agosto 2013

Una nostalgia tira l'altra

Mi piace quando Paolo Interdonato scrive i suoi post un po' nostalgici - io sono un po' più grande di lui ma più o meno riesco a capire di cosa parla e soprattutto cosa ha provato in certi decenni; nel post linkato Paolo parla della prima volta che ha scoperto gli X-men (nel 1977 inseriti in albi di Capitan America). Può darsi che anche io li abbia visti per la prima volta in quegli albi e in quegli anni, solo che all'epoca non potevo seguire una serie in edicola, non avevo molti soldi e così li investivo in raccolte, oppure nell'usato; il risultato era che leggevo quello che capitava, senza nessun ordine cronologico.
Quindi negli anni ottanta conoscevo gli X-men ma non mi avevano mai preso tanto da voler cercare nei negozi dell'usato le loro avventure in maniera sistematica.
Alla fine degli anni ottanta successe che per caso mi trovassi in un caldo giorno d'estate in un quartiere di Roma da me mai frequentato; ho un preciso ricordo del luogo, dell'edicola, ma non so con chi ero e cosa facevo lì: so solo che dovevo aspettare, e che per passare il tempo comprai in edicola una raccolta degli X-men, quella della Star Comics che si vede nella foto, a destra (e che reca la data 1987). Secondo me quella raccolta - che era situata nella parte posteriore dell'edicola - stava lì da almeno un anno, forse più; fatto sta che poi iniziai a comprare anche le altre raccolte, che recuperai in qualche modo, raccolte che partivano dalla storia "Stella binaria" di Chris Claremont e Dave Cockrum (poi più avanti ci saranno le matite di Paul Smith, dal tratto pulito che a me piaceva molto).
Da "Occhio di Falco" n. 2 Fraction/Pulido - Panini Comics
Solo diversi anni dopo avrei iniziato a recuperare le prime storie dei "nuovi" X-men grazie alle ristampe di Marvel Italia (nella foto a sinistra la prima raccolta che parte da "Seconda genesi").
Insomma, ho letto quelle classiche e bellissime storie nella mia solita maniera confusa, ma ho ancora la sensazione vivida delle sensazioni che mi aveva lasciato la lettura di quel ciclo (grazie di avermelo ricordato, Paolo).

Nello stesso tempo per puro caso mi sono imbattuta in questo articolo, che parla del documentario "Synth Britannia" - tutto sulla musica elettronica britannica sviluppatasi a partire da fine anni settanta, ma che ha caratterizzato poi gli anni ottanta, nel bene e nel male. Io sono cresciuta in quegli anni ascoltando un po' di punk, di rock, ma soprattutto dark e new wave, senza escludere anche il pop elettronico di certe band citate nel documentario.
Le interviste risalgono a pochi anni fa, non vi dico quanto mi sono sentita vecchia a ri-vedere quei cantanti dopo tanto tempo - anche loro invecchiati come me (con alcuni la differenza è di pochi anni). Un paio di canzoni non le avevo più sentite per decenni, credo (tipo quella dei Visage, di cui avevo anche dimenticato il nome).
A quei tempi certe atmosfere dell'elettronica più cupa mi affascinavano molto, così come quella leggera sensazione di alienazione e di sottile inquietudine da guerra fredda (poi certo l'uso dell'elettronica si è esteso a qualsiasi declinazione pop, dance, e dance-tamarro, per così dire).
Insomma, ho avuto una bella botta nostalgica - può capitare a tutti.

Per completare il tema ecco che oggi ho comprato il secondo numero di "Occhio di Falco" (ne avevo parlato qui): in copertina una bella musicassetta [ieri ero nella fase "vedo un po' sfocato" - vale come scusa?] videocassetta d'altri tempi (prima o poi l'analogico avrà la sua rivincita?); coincidenza, proprio mentre stavo pensando che volevo scrivere un post sulle mie vecchie musicassette...[sarà per quello che ci ho visto una musicassetta al posto di una videocassetta?...mah!]
Oh, per adesso un assaggio della musica che ascoltavo a fine anni ottanta/inizio novanta (tutta roba che mi registrava una cara amica di Roma): Sugarcubes (il gruppo in cui suonava la giovane Björk), Eat (che non ricordo affatto), Primitives, R.E.M., Pixies. Ne parlerò un'altra volta...[di musicassette, eh...]

mercoledì 14 agosto 2013

Disegnare in digitale con la tavoletta grafica (e un mio video)

[Articolo aggiornato il 17/4/2017]
Diverse persone mi hanno chiesto com'è l'esperienza di disegnare e inchiostrare in digitale (ovvero attraverso l'uso di strumenti come le tavolette grafiche  o i quasi-pc su cui si può disegnare direttamente sullo schermo - come la Cintiq della Wacom, o le Yiynova, o i tablet/pc come il Surface): se è difficile oppure no, se è lo stesso che disegnare su carta, quali tavolette grafiche sono più adatte, e così via.
Risponderò in base alla mia esperienza, che comunque rimane sempre personale: non a caso molti disegnatori che hanno provato a disegnare in digitale si sono trovati male e hanno lasciato perdere (riservando magari agli effetti aggiuntivi o ai retini una piccola parte di lavoro digitale, fatto sulle tavole dopo aver finito di disegnare "dal vero"); molti altri invece si sono trovati bene col digitale, magari non subito (per tutto ci vuole pratica e pazienza), e hanno trovato il loro software grafico di riferimento (come PhotoshopManga Studio (Clip Studio Paint), ArtRage o altri).
Io ad esempio ho avuto in prova per qualche giorno la Cintiq da 12 pollici, un'evoluzione della tavoletta grafica che diventa tutt'uno con lo schermo (si disegna avendo sotto la penna l'immagine del nostro disegno), eppure non mi sono trovata bene, avevo la sensazione che ci fosse uno spazio tra la punta della penna e l'immagine (in effetti è così, è lo spazio del vetro, seppure molto sottile) e questo mi metteva molto a disagio. Forse con la pratica questa sensazione sarebbe scomparsa, e forse no, in ogni caso la misura più grande (consigliata dai migliori professionisti) rappresentava per me un costo troppo alto.
 In pochi anni i prodotti Cintiq sono cambiati molto, ci sono nuovi prodotti e più evoluti, con schermi più sottili e "naturali". Ho avuto modo di provare qualche mese fa una Cintiq da 27 pollici e la sensazione è stata molto diversa da quella prima prova del 2013, lo schermo è decisamente sottile, e già dopo pochi minuti mi sono trovata a disegnare con scioltezza; probabilmente oggi potrei anche passare a lavorare su una Cintiq - se potessi.

La mia tavoletta grafica 
Attualmente uso una Intuos 5 Touch, con cui mi trovo abbastanza bene; se posso dare un consiglio credo che il touch non sia necessario, se volete risparmiare qualche soldo potete farne anche a meno, ci sono tanti tasti multifunzione a lato della tavoletta, per tutte le esigenze.
Prima di questa tavoletta avevo un vecchio modello di Intuos (la trovate al link precedente a fianco della nuova), e prima ancora usavo una piccolissima vecchia Wacom molto meno bella di una Bamboo o delle più recenti Intuos Art, Draw e Comic - che rappresenta il primo passo per chi vuole incominciare a usare una tavoletta Wacom (anche perché è quella che costa meno).
Notoriamente le Wacom sono le migliori in quanto a sensibilità del tratto e rispondenza del segno, ma ultimamente la concorrenza si sta facendo più agguerrita, io non ho avuto modo di provare personalmente altre marche e quindi posso solo consigliare di farlo voi, se potete; anni fa comprai una Trust e la riportai subito indietro - la differenza con la sensibilità della Wacom era abbastanza grande.
Per chi inizia a disegnare con una tavoletta grafica le Wacom Intuos Art (o le Draw, o Comic)  vanno più che bene (o anche le "vecchie" Bamboo se le trovate di seconda mano).
Per la scelta della misura: anche qui dipende dalle proprie esigenze e dalla propria comodità. La tavolette vanno di solito da una misura S, la più piccola, alla XL. Se andate a vedere le pagine della caratteristiche tecniche delle varie tavolette potrete leggere quali sono le misure in cm dell'area attiva (quella che coinciderà con lo schermo del pc) su cui far scorrere la penna. Se volete farvi un'idea dal vero tracciatene i contorni su un foglio bianco. Anche guardare dei video su Youtube con le persone che le usano aiuta a farsi un'idea (nella casella di ricerca scrivete il nome della tavoletta che vi interessa, e la misura).
La mia prima Wacom era una misura S, abbastanza piccola, eppure ci ho lavorato per un po' prima di passare alla M della Intuos 3; adesso che uso una Intuos 5 sono rimasta alla misura M, con cui mi trovo bene: la tavoletta non ingombra troppo e non devo spostare troppo il braccio e la mano per disegnare su tutto lo schermo (io adesso lavoro su un 24 pollici).

Driver e settaggi
Quando si installa una tavoletta grafica sul computer (di solito sono collegate con un cavo usb - esistono anche quelle wi-fi, senza filo, ma io del wi-fi mi fido poco, c'è sempre da temere un minimo di ritardo nel segnale) si installano contemporaneamente i driver, che è bene mantenere aggiornati andando a vedere sul sito del produttore (ogni tanto) se ci sono delle versioni nuove: questo è importante per far funzionare bene la tavoletta rispetto ai programmi che useremo (spesso dei problemi inattesi vengono risolti con l'aggiornamento dei driver).
Ultimamente però si segnalano molti problemi specialmente per le Cintiq (ma non solo)  per chi ha un determinato sistema operativo Apple (ma non solo) e chi usa un determinato programma (si possono avere problemi con Clip Studio Paint ma non con Photoshop, e viceversa), per cui molti sono dovuti tornare indietro e reinstallare gli ultimi driver funzionanti (e anche qui non è facile tornare ai driver vecchi perché bisogna disinstallare bene quelli appena installati prima di reinstallare i vecchi). In generale il consiglio è di non autorizzare gli aggiornamenti automatici e andare sul web per vedere che effetto fanno i nuovi driver con determinate tavolette (e a seconda del sistema operativo); sempre meglio rimanere coi vecchi finché funzionano.
Altra cosa importante è il settaggio delle funzioni della tavoletta: la Wacom ha un programma abbastanza completo dove possiamo provare a vedere come viene fuori il segno a seconda della pressione che esercitiamo sulla tavoletta - ma è bene non calcare troppo e avere la mano pesante altrimenti si rovina la superficie (così come è bene controllare l'usura delle punte e cambiarle per tempo: usate una pinzetta per sfilarle); inoltre possiamo attribuire delle funzioni, o dei tool, ai tasti laterali che ci sono nella tavoletta, e che aiutano il nostro lavoro senza farci staccare troppo la penna dal disegno. Qui su Youtube c'è  un video che spiega bene come installare una tavoletta grafica sul pc, come settarla, ecc.

Dalla carta ai pixel
Lo scopo di disegnare in digitale non è cambiare il nostro stile o approfittare dei mirabolanti aiuti che ci può dare questo o quel software grafico: se il nostro livello di disegno è mediocre lo rimarrà anche in digitale. Quindi se siete alle prime armi col disegno consiglio di fare un po' di scuola su carta prima di passare a divertirsi con il computer: più si è esperti a disegnare in maniera "tradizionale", meglio si saprà affrontare il passaggio alla tavoletta grafica e al computer - soprattutto si saprà meglio valutare la rispondenza del nostro segno naturale e originale, su carta, con quello riprodotto attraverso la tavoletta, e lo si saprà "dominare" meglio - aldilà dei problemi che si potrebbero trovare a seconda dei software con cui si disegna (io ad esempio all'inizio ho avuto qualche problema con una versione di Manga Studio 5 tempo fa, ma poi tra settaggi migliori, consigli e importazioni di pennelli le cose sono migliorate di molto).
La "naturalezza" del nostro disegno in digitale dipenderà da molti fattori, spesso soggettivi: come detto ognuno di noi reagirà in maniera diversa di fronte a uno strumento così diverso da quello che conosciamo. Io fin dall'inizio non ho avuto problemi nel trovarmi a guardare lo schermo e tracciare dei segni sulla tavoletta in basso, fuori vista; altri potrebbero averli.
Quasi tutti i programmi migliori di disegno digitale oggi hanno degli strumenti che permettono di personalizzare i vari pennelli, di renderli quindi più simili a quelli reali, anche negli effetti (ruvidi, sgranati, acquarellati, ecc.). Se non sappiamo bene come creare pennelli nuovi (o siamo troppo pigri) sul web è possibile trovare in vendita o in download libero pennelli di diversi programmi (Photoshop, Clip Studio Paint, ArtRage, ecc.) che poi possiamo importare nei nostri programmi.

Come uso la tavoletta grafica
Da quando ho iniziato ad usare i programmi di disegno digitale ho avuto periodi in cui mischiavo disegni su carta con l'inchiostrazione digitale, ed altri in cui disegnavo esclusivamente in digitale.
In uno dei miei ultimi Nathan Never ad esempio ho realizzato le matite delle mie tavole in digitale, poi  ho stampato le tavole in cyan (Fabriano formato A3), le ho inchiostrate con pennelli e pennarelli, le ho scansionate e importate in Clip Studio Paint per rifinirle e aggiungere i retini e gli effetti in digitale.
Un altro lavoro recente invece l'ho realizzato tutto in digitale, dalla matita all'inchiostrazione per terminare col colore: tutto con la mia fedele Intuos 5 e Clip Studio Paint. Alla fine, sia nel primo caso descritto che in quest'ultimo consegno alla redazione dei file digitali.

Il mio modo di disegnare con la tavoletta grafica è molto simile a quello di quando lavoro su carta: cerco di riprodurre gli stessi movimenti, lo stesso segno (anche se nulla vieta di sperimentare cose nuove dato che la velocità del digitale - dei ripensamenti e delle cancellature - lo permette). Quello che porta in più la lavorazione con il computer sono la facilità con cui si possono "spostare" e correggere pezzi di disegno, la comodità nell'usare strumenti come la retinatura o la colorazione, e per chi crea dei propri fumetti poter gestire velocemente i balloon e i testi è veramente una gran cosa; anche ingrandire con lo zoom una parte precisa di ciò che stiamo disegnando è molto comodo, ma non lasciate prendervi la mano riempiendo i vostri disegni di particolari: bisogna sempre calcolare che un lettore vedrà i nostri disegni ridotti di molto, a seconda dell'albo su cui saranno stampati o anche dello schermo su cui saranno visualizzati i disegni o le tavole a fumetti (un mio consiglio è di fare delle stampe di prova in A4 - se nella riduzione i nostri disegni risulteranno "impastati" o illeggibili meglio alleggerire il disegno e non perdere tempo nel disegnare particolari minuscoli che non verranno mai visti).
Di contro non avremo più da far vedere delle copie fisiche - gli "originali" di carta - ai nostri lettori, né potremo rivendere un giorno le tavole - a meno che si trovi il modo di stamparle su carte speciali, magari numerandole e firmandole, o personalizzandole (qui trovate dei link a delle interessanti discussioni sulla questione "originali su carta/disegni digitali").
 Importante: salvate spesso mentre disegnate e a fine giornata fate sempre un paio di copie di backup su supporti esterni - hard disk, chiavette usb, e magari anche backup on line, in aggiunta.
Per avere un'idea di come si disegna con la tavoletta grafica può aiutare vedere qualche video - su Youtube basta cercare "disegnare tavoletta grafica" e troverete molti video su questo tema.

Qui sotto un video che mostra come lavoro in digitale (la tavola è tratta da una storia di Universo Alfa n. 35 - Sergio Bonelli Editore).

venerdì 9 agosto 2013

Update a Manga Studio 5.0.2 - più link vari

Mi sono accorta con ritardo che è già uscito un update interessante per i possessori di Manga Studio 5 (non la versione EX uscita da poco, ma quella tipo "debut" uscita mesi fa).
Qui potete leggere un esaustivo post che spiega nel dettaglio tutte le novità e le migliorie (non poche) di questo upgrade, compresa la possibilità di avere un'interfaccia grigio scuro stile Photoshop (l'avevo già linkato due post fa ma poi mi ero dimenticata di fare l'update, che la Smith Micro non segnala automaticamente).
Al momento della procedura d'acquisto (che però è solo formale, non si paga nulla) oltre a poter scaricare le versioni di Manga Studio 5 per Mac e Windows ci sono a disposizione i Materials e i Sample Data (molto voluminosi e lenti da scaricare; non ho letto da nessuna parte che ci siano degli elementi nuovi, ma a giudicare dalla consistenza dei file sembrerebbe di sì).

Link vari:






domenica 4 agosto 2013

Come importare i pennelli (Brushes) in Manga Studio 5 e 5 EX

In altri post (ad esempio qui) ho già parlato di come mi sia trovata a disagio con i pennelli di Manga Studio 5 (tanto da voler continuare il mio lavoro con Manga Studio 4 EX); tra le tante opzioni e settaggi non ero riuscita a riprodurre un pennello simile a quello che usavo nella versione 4 EX, che tende a rimanere stabile e a non "aggiustarsi" troppo da solo.
Luigi Coppola ha dato dei suggerimenti molto utili in proposito, li potete trovare nel suo video tutorial.
Oltre a questo ci sono altre soluzioni per chi proprio non riesce a "domare" il segno del proprio pennello digitale e magari non ha neanche tempo per inventarne di nuovi: trovare qualcuno che voglia condividere o vendere i propri. In rete si possono già trovare persone che mettono a disposizione "brushes" di tutti i tipi - magari non tutti belli o utili per noi, ma vale la pena darci un'occhiata (qui ad esempio, e qui).
Io ho trovato questo sito dove l'autore ha messo in vendita una cinquantina di pennelli (che possono essere importati sia in Manga Studio 5 che nel 5 EX), il prezzo per noi europei al cambio viene poco più di 3 € (l'acquisto è facilissimo, dopo aver ricevuto una prima mail di conferma basta avere la pazienza di aspettare qualche minuto e si riceverà un'altra mail con il link per scaricare una cartella zippata); la cosa bella è che questi pennelli non hanno nessuna "autocorrezione", sono stabili e precisi come i pennelli di altri programmi come Photoshop e Painter (ignoro come possa aver fatto l'autore a ottenere questi risultati).
A proposito di Photoshop ho trovato un video tutorial dove un ragazzo spiega come esportare i pennelli da Photoshop e importarli in Manga Studio 5, magari a qualcuno farà comodo.
Ho anche trovato un sito interessante (Manga Studio Sensei) dove ci sono vari tutorial su Manga Studio 5, mentre qui un disegnatore niente male parla del perché conviene passare da Manga Studio 5 alla versione 5 EX nonostante le features in più non siano tantissime (mi ha quasi convinto, a dire la verità).



Nel video qui riprodotto ho spiegato in due parole come si fa a importare questi pennelli, o altri simili che potrà capitare di avere sul proprio pc dopo averli scaricati od ottenuti da amici tramite mail. Ho dimenticato di specificare come esportare i pennelli - ma basta guardare all'inizio del video, quando si apre la finestra con l'opzione di importazione: la voce "Export sub tool" è appena sotto. Per guardare il video al meglio settare la qualità in HD (la rotellina in basso nelle iconcine di destra).

venerdì 2 agosto 2013

Fumetti: notizie estive

La notizia dell'estate è di certo la vicenda Disney-Panini; di seguito un paio di link in proposito:
Grazie a Clara Maldiluna per questa Kri...Kri...Kri/pto!
E' in edicola il n. 577 di Zagor, lo consiglio per due motivi: è l'ultima parte di una bella storia (disegnata benissimo) di Boselli e Rubini, e poi ci sono le prime 30 tavole di una storia di Moreno Burattini che qui posta le prime tavole di sceneggiatura e soprattutto parla di come si è documentato - molto utile conoscere il dietro le quinte per aspiranti sceneggiatori e non solo.

Mi sono più volte lamentata qui di certi settaggi farraginosi del nuovo Manga Studio 5; il disegnatore Luigi Coppola ha realizzato un tutorial video dove spiega come creare dei pennelli rispondenti alle nostre esigenze, davvero utile!

Michele Medda viene intervistato a lungo da Vincenzo Oliva in occasione dei 25 anni di carriera dello sceneggiatore; si parla di tante cose - del concetto di tempo, di Nathan, Dylan, dei troll, del rapporto con i lettori, dell'etica nel fumetto, e tanto altro.
E poi: