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venerdì 5 novembre 2010

Fumetto, identità, vita

Il post che parlava del mio progetto di una storia a fumetti (progetto abbandonato) ha originato diversi commenti, e a me invece ha stimolato alcune riflessioni - o meglio, ha stimolato la voglia di raccogliere certi pensieri che ho da tempo sul rapporto tra la mia creatività e la mia vita.
Molte persone - se non tutte - si chiedono prima o poi: "chi sono io?"
Non è una domanda  banale, tutt'altro; anche perchè la risposta va impostata rispetto a cosa consideriamo come "io". Nella realtà di tutti i giorni ci presentiamo in maniera diversa a seconda degli ambienti in cui ci troviamo e a seconda di quello che stiamo facendo; siamo persone diverse quando parliamo con i nostri parenti più stretti, quando parliamo con colleghi di lavoro, con pubblici ufficiali, con amici intimi o semplici conoscenti.
Quando disegno fumetti, chi sono io? Quando disegno "Nathan Never" - invece dei miei piccoli fumetti - chi sono io? Che rapporto c'è tra quelle due disegnatrici, e che rapporto c'è tra la me stessa disegnatrice e quella che definisco con la parola "io?"
1984: proiezione immaginaria di uno dei miei "io" dell'epoca
E' un bel problema, e cercherò di spiegarmi.

Come fumettista io sono autodidatta - nel senso che non ho frequentato scuole o corsi specifici, nè da giovane ho fatto gavetta in qualche studio di disegnatori professionisti; però ho fatto studi artistici, che mi hanno dato certamente un minimo di base di tecnica del disegno, anatomia, ecc.
Non mi ero neanche scelta "maestri" da copiare o da studiare in maniera approfondita: cercavo di prendere quello che ritenevo il meglio da tutti, grandi maestri e meno grandi epigoni. C'è stato un periodo in cui sono rimasta folgorata da Andrea Pazienza, e mi sarebbe piaciuto tanto disegnare come lui; se non che per fortuna ero consapevole dell'abisso che mi separava in termini di talento grafico (non solo quello) e non ho mai tentato di copiarlo pedissequamente.
Il mio segno negli anni è cambiato - basti guardare le mie produzioni all'interno delle etichette "Dai miei archivi" e "Illustrazione" - è cambiato soprattutto lo stile con cui inchiostravo le mie matite. Mi innamoravo di certe "scuole", certi autori, e poi magari li interpretavo secondo le mie esigenze e capacità, ma non sono certa di aver raggiunto uno stile "Patrizia Mandanici".
Certo, chi sa un po' di fumetto riconoscerebbe i miei lavori in mezzo ad altri - perlomeno quelli recenti bonelliani; qualche dubbio lo avrei se uno non avesse mai visto niente di mio e guardasse e confrontasse il mio "Ossian", le illustrazioni che facevo per "Kaos" o "Avvenimenti", i vecchi fumetti di "Legs Weaver", e l'ultima storia che sto disegnando per "Universo Alfa".
Spesso ho pensato di essere "nè carne nè pesce" dal punto di vista stilistico (il che non implica un giudizio di merito sul talento, di cui non vorrei parlare), e che questo essere "informe" fosse una conseguenza dell'esserlo anche nella vita, come persona.
Io qua distinguo il modo con cui ci percepiamo noi e il modo con cui mostriamo all'esterno i nostri diversi "io"; non essendo schizofrenica o affetta da qualche disturbo mentale non ho alcuna difficoltà a pensare a me stessa come un tutto unico (un tutto unico  problematico a volte, ma insomma presente e attivo); altro però è riuscire a dare forma alla nostra idea di mondo (e di noi stessi) e darle un'espressione pubblica (e creativa, nel mio caso).
Mi mancano certe qualità base, necessarie, per operare con sicurezza nel mondo dell'espressione artistica: coerenza, coraggio, intelligenza critica (poi aggiungeteci il talento, poco o molto  - non voglio ripeto entrare in questo merito); il coraggio soprattutto di andare in profondità - il saper affrontare anche le situazioni sgradevoli che comporta il confrontarsi con un mondo potenzialmente ostile (e qui parlo sia del fumetto che della vita).
Ci sono autori che riescono a costruire delle opere sulle loro debolezze e incertezze; attraversano la materia della loro vita trasformandola in qualcosa che parla anche agli altri - non necessariamente facendo dell'autobiografia stretta.
Però bisogna avere del talento, non ce n'è...E il talento dona coraggio (parlo del talento vero, non di una generica capacità grafica - come potrebbe essere il mio caso).
Non basta saper disegnare anatomie, paesaggi, prospettive, o saper costruire delle belle inquadrature - non basta almeno per chi vorrebbe andare oltre l'apparenza di questo mondo complicato.
Io ho smesso da tempo di sognare altro che una carriera da "semplice" disegnatrice - e a dire la verità non è così facile cercare di farlo bene!
Non sono triste per questo; mi ritengo una persona realista e le illusioni non mi sono mai piaciute - tanto più che riesco a divertirmi lo stesso. Trarre il meglio dai miei limiti è una delle cose a cui aspiro - assomiglia un po' al "sapersi accontentare", ma non è proprio la stessa cosa...

Ho sproloquiato abbastanza e mi fermo qui!

12 commenti:

  1. Tocchi una gravosa diatriba che va avanti dall'alba dei tempi, credo. Qual è il confine?

    Come disegnatrice di Legs o di Nathan Never, credo che tu abbia un fondamentale ruolo da interprete. Esattamente come un attore che fa sua la vita di qualcun altro. Per andare oltre quei confini, a mio modo di vedere, bisogna avere qualcosa da raccontare, ma le due facce della medaglia, in realtà, si fondono insieme.

    Credo ci siano mille modi diversi di mettere insieme i cocci. Chi è davvero un autore completo che scrive e disegna in francia una serie avventurosa di impianto storico? Chi è davvero quell'altro autore che ha commosso tutti i suoi lettori con una storia che sa di autobiografia?

    Chi sono io, che credo di poter disegnucchiare qualche storiella (male), di avere mille storie in testa, ma di non riuscire a mettere insieme le due cose? Quasi come se sentissi il bisogno che qualcun altro scrivesse una storia per me.

    1000 sfumature. Interprete, disegnatore, autore completo, sceneggiatore, scrittore.

    Chi è colui il quale ha passato tantissimi anni solo ad inchiostrare tavole di fumetti di supereroi? Un artigiano? Un co-interprete?

    Scusa il delirio. Ma cercavo di fare chiarezza anche a me stesso, su un argomento molto sentito e in ogni caso molto, molto interessante :)

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  2. Dapprima ho pensato che queste considerazioni sono tipiche del compleanno poi il commento di Luigi Bicco mi fa pensare che forse è l'autunno piovoso.
    Io penso che nessuno "nasce imparato" e capace di fare tutto. Però se si è fortunati di trovare un mestiere che sappiamo fare bene e lo facciamo al meglio delle nostre possibilità possiamo dirci contenti e anche felici. O no?
    E poi, se posso dare un consiglio a tutti e due: non buttatevi giù, dai! (mi vergogno un po' di questa frase saccente ma credo sia vera).

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  3. Luigi@: grazie per le tue riflessioni - no, non sono "deliranti", non più del mio pos! Tu sei un disegnatore (un autore anche) e conosci benissimo il coacervo di sentimenti che si provano quando si tratta di chiedersi cosa stiamo facendo, e come e perchè.

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  4. juhan@: se avevo voglia di "lamentarmi" per un periodo storto magari avrei angustiato gli amici su Facebook...
    Sospettavo che questo post avrebbe potuto essere mal interpretato da chi non è dentro alle cose "creative".
    Nè io nè Luigi credo abbiamo dato mostra di essere infelici: personalmente ho spesso ripetuto nei miei post di essere fortunata a fare quello che faccio, e lo ribadisco.
    Dopodichè non sono una macchina da disegno, e non basta avere la pancia piena per non potermi permettere delle riflessioni sulla natura del lavoro che faccio (e che riempie quasi tutte le mie giornate) e la mia vita, o su quello che sono in rapporto a "come" disegno.
    Posso anche dirlo e lo dico: sono contenta e felice. Eppure sono sicura che quello che ho scritto avrà un significato per altri "contenti e felici" che disegnano nel modo in cui disegno io...

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  5. E comunque anche l'insoddisfazione personale serve, in lavori e passioni di questo tipo. Se non c'è insoddisfazione per i propri lavori, non può mai esserci crescita.
    D'altro canto, non bisognerebbe mai essere troppo insoddisfatti delle proprie cose (parlo di me :)

    Patrizia, grazie per il "disegnatore" e per "l'autore". Piego questi complimenti a mo di fogliettino e metto in tasca.

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  6. cacioman@: grazie, anche di essere passato di qui:) Ma senti quanta roba metti in condivisione su Google Reader?! Non riesco a starti dietro! Ma soprattutto: quando hai il tempo di leggere tutti quei post? (che poi non riesco a non darci un'occhiata perchè trovo sempre cose interessanti, ma insomma, se vivessi due vite...)

    Luigi@: la tentazione dell'isoddisfazione "esagerata" la condivido anche io, e cerco di tenerla a bada.
    Comunque per me un illustratore è un autore, in quanto interpreta sempre ciò che "illustra"; e non è affatto facile, specialmente se lo si fa ad alti livelli, lavorando con grossi editori.

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  7. penso che capiti a molti di avere inizialmente (magari in gioventu') grandi speranze e aspirazioni, poi ci si misura con l'esperienza, con gli altri, ci si rende conto che c'e' sempre qualcuno piu' in gamba da cui imparare (ma che non si raggiungera' mai) e quindi inizia l'accettazione dei propri limiti, il ridimensionamento delle aspirazioni (e la necessita' di lavorare per vivere e cosi' anche di accettare piccoli-medi-grandi compromessi con se stessi e con gli altri). tempo fa mi era capitato di sentire De Andre' in una intervista che con fare da snob e antipatico sentenziava: "tutti da giovani scriviamo poesie, poi chi continua o e' poeta o e' un idiota"... mi aveva troppo irritato, nell'immediato... poi invece, pensandoci bene, mi era sembrata una frase vera e intelligente.
    Tra le varie cose che dici nel tuo post, penso che il discorso del coraggio sia, almeno per me, il centro della questione.
    un'altra questione che andrebbe sottolineata e' che i lavori solitari (come disegnare, almeno immagino)comportano una sorta di distacco e non collocazione in una dimensione di gruppo come potrebbe essere la vita di ufficio (con tutti i pregi e difetti)... cio' comporta la moltiplicazione dell'IO e la difficolta', spesso, di tenere insieme le varie manifestazioni di quest'io. Il gruppo, si sa, esercità spesso una funzione identitaria, facilità l'esistenza del singolo (se conforme al gruppo) e naturalmente tiene a bada il senso di solitudine.
    io lavoro per metà da solo a casa e per l'altra metà in ufficio con altri colleghi... e devo dire che quando sono a casa mi manca la dimensione dell'ufficio e quando sono in ufficio non vedo l'ora di tornare a casa... :-)

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  8. Onelulu@:
    dici bene, il lavoro solitario implica un certo strabismo sia emozionale che cognitivo. Il non doversi mai confrontare giornalmente con colleghi di lavoro certamente impoverisce un po' la nostra capacità di giudizio, e di empatizzare.
    A volte la "saggezza" dell'età permette di rimettere un po' a fuoco le questioni, ma è sempre difficile, comunque.
    Bisogna fare un continuo lavoro su se stessi, con umiltà; non esagerare mai col pessimismo o l'ottimismo; informarsi, confrontarsi, avere il senso della storia.

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  9. Verissimo, anche per i non "graficisti". E stavolta non mi sgridare ;-)

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  10. avere il senso della storia... be' di questi tempi e' proprio dura! :-P
    chi lavora a casa e con i numeri direi che ha vita assai piu' difficile... l'illusione del controllo della realtà tramite la logica binaria rischia di prendere il sopravvento quotidianamente! :-PPP

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  11. juahn@: non volevo farti il cazziatone :), era solo per precisare...

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